Nonna Rosa tagliava le arance, io avevo l’età
del biscotto umido, trattenevo il peggio
dall’ultima boccata dalla mia ms. Le serate
erano condizionate dalla corteccia lucida e acre
che spandeva la sua essenza in ogni dove. Le notti
appartenevano agli inverni di Sabaudia.
Gli inverni al Cico bar, sotto la gigantesca veranda
che dava sulla piazza del comune, vuota e pura
per me meravigliosa. Il freddo ci accartocciava le palle.
Le notti scivolavano tra le tue gambe, all’interno della 127
sedili open. I nostri discorsi puntavano al futuro, degno
di propositi, tutti spostati avanti, avanti negli anni
quelli che verranno. Eravamo stupidi, pieni di sogni
ma così stupidi da volerli realizzare tutti
tutti.
Uno per uno.
Le nostre braccia riposavano sulle sedie del Cico Bar
tra fili di plastica dura, era corto il respiro. Il gelo
confondeva freddi sudori, destinati alle decisioni
con due varianti. Sapevano che dopo, ci sarebbe stato
un altro dopo e un dopo ancora, e ancora fino
alla seconda astronave.
Saremmo sopravvissuti a tutte le nostre baruffe
ne eravamo certi, per via di aver visto il mare
che regalava ad ogni onda una carezza alla spiaggia.
Di quello piangevano di quello ci alimentavamo.
Sapevamo che c’era un arrivo, da qualche parte
eccome se c’era.
C’era.
Le arance di nonna Rosa erano ancora la
tra le sue mani sugose, odoravano di brodo caldo
lei le gettava in mezzo alla sua lattuga, sembrava
una follia. Nonna mia, eri tu la mia follia.