Ero seduto davanti i miei 47 anni
compiuti da un mese, avevamo attraversato insieme 1.000 volte
il sole cadere, dietro la fascia frangivento
dei miei capelli pettinati, dalle albe dei Tigli.
Avevo immaginato proprio tutto.
Tutto.
Un fuoco bruciava via pezzi di vita, stipata
sotto il tappeto del mio fegato
tronchi secchi, modesti tozzi di Eucalipto.
Pigliavo il loro benedetto calore, del cielo
sentivo scendere
una meravigliosa manna
tutta per me, infilata
giusto in queste vene
guada ?
Nessuno lo vedeva, ma il petto esplodeva.
Era venuto con la fretta
della bellezza
di attimi sputati sui muri bianchi.
Avevo creduto.
Avevo creduto come a me
piace credere.
Fermo sul silenzio, di chi ragiona in fretta, ma quella volta avevo tutto il tempo
di cuocere i colori usciti fuori dai bidoni.
Era indispensabile
dare una vita
al giardino dei sapori.
Nessuno lo vedeva, ma il petto esplodeva
avevo creduto possibile la mia volontà
avevo creduto fattibile
il mio teorema.
Avevo creduto che credere era l’unica salvezza
che desideravo regalarmi.