Dicono di me che lascio fuori la sabbia
ma no il mare, che mi piace fare, si sa
lo sai pure tu. Dicono di me che un fiocco
di grasso mi sazia, che guardo fuori
dagli occhi, paesaggi oramai morti.
Dicono che mi piace stare davanti
scegliere per primo. Dicono
di me le migliori figure le favole
grigie le peggio sottane. Dicono
di me e anche no. Si, anche no.
Del sole che cavalco le mattine
dicono di me che tu stai zitta
e parli troppo, se vai a picco
risorgi in un attimo, dicono
di me sul gusto del gelato
dell’amore che ha per te navigato.
Di quanto sia dolce imburrarti
le mani di chi sia bravo a salvarti
il domani. Dicono di me, che a me
piace, ma attenta al buio a volte
ci manca, senza di lui siamo niente.
Il mare si fa canestro, la pioggia
ci entra dentro, la beviamo come
sapersi leggere un qualsiasi domani.
Dicono di me, meglio stare al dovere
di ballare una vita, figurati un salto
nel vuoto, un pizzico poi lo smalto.
Dicono di me che mi piace farlo
davanti lo specchio, che è sempre
meglio di un vizio, che il domani
ci serve per davvero e tutte ste
fesserie è fuliggine che si perde
dentro le scarpe. Ci rinuncio
alle mangiate di crusca, vola via
vola via quando ne sarai capace
vola via come il dicono di me. Dicono
di me che ho te. Ho te. Dicono di me
che aggredisco in fretta, che mi isolo
in un fascino tutto mio, che rispedisco
al mittente ogni saggio superato, che
che sono cambiato, che ho un sogno
alla volta, che mi piaccio per forza.
Dicono di me che al pranzo preferisco
una avance, la penna o la matita
perché non sporcano le dita, che
mando giù respiri, che mi arrangio
con gli oggetti che si sono persi
nell’universo della mia scrivania.
Dicono di me che stare fermo
è un vizio che mi concedo, che
alla frutta dico si. E’ troppo
pure per me. Dicono di me che
mi piace l’acqua e lo spumante
perché spande il suo odore dentro
il naso, dicono di me che adoro
il vetro talmente tanto, che lo mangerei;
mi piace ridere di come si modificano
le cose. Se guardi dalla finestra ci vedi
la scuola di Anto e Michi, con la bidella
che ricorda i nomi degli alunni, anche
quelli che si sono nel frattempo laureati.
Leo invece, di buon’ora inforca la vecchia
bici nera, con su i pantaloni bianchi, quelli
rotti sulle ginocchia e il Napapjri rosso.
Dicono di me che mi piace lo sguardo
che scava dentro le tue mutande, passando
per il cuore, che di cose lui si ne sa troppe
ma è meglio starne fuori. Dicono di me
“ce ne fossero di quelli come te”, ma quelli
non li voglio mica conoscere. Neppure
un cacciavite capisce la differenza
e non fa nessuna preferenza delle teste
che incorona. Dicono di me che non mi piace
il sale, che la montagna mi fa tremare
dicono di me che alla voce preferisco sognare
dicono di me che è inutile stare fermi
muoversi è meglio del solletico. Dicono
di me che adoro il Glicine, che mangio
volentieri fragole, le condisco con l’ombra
della seduta, che annuso ogni fessura
che nessuna mi attrae tanto da chiudermi
al varco. Dicono di me che Dio mi guarda
con interesse, mi punta con la curiosità
di chi si guarda intorno e poi decide. Dio
esiste cazzo! Dicono di me pure no.
Mi sembra giusto interpellarti per
la scelta di un fastidio, della mela
più bella di questa nottata. Poi dici
che il vento apre le tue ali, bianche
da spaventarci, più bianche di un digiuno.
Dicono di me che ti penso ancora
che ho bisogno di soffrire, che
del naso tengo gli odori inferiori. C’è
poco da fare, è la fisica che determina
le reazioni migliori, dicono di me pure
che al sorpasso do una lettura inutile,
che tutti siamo condizionati dall’arrivo
generalmente mai dove vorremmo stia
ma che esiste per davvero il fisico
da esportazione, mangia i vuoti e brilla
di proprio sudore, una rarità. Dicono
di me che il parcheggio prelude essere
da qualche parte, il parcheggio è l’opposto
dei viaggi di Sara, sta ferma neanche con
le parole sul grembiulino della prima
elementare. Dicono che cammino veloce
guardo il nulla, alcune spalle mi eccitano
trafiggono il cervello e decidono liberamente
di alloggiarvi, strette strette al guanciale.
Dicono di me, preghi poco e male aggiungi
il sale ti piace il pepe sull’insalata. Dicono
che è meglio passare la mano, cadere
volutamente dentro qualche baccano
ma considerandolo parentesi momentanea.
Dicono che annullare le vittorie sia
distruggere il trofeo conseguito, dicono
di me che tu hai grinta come quella che
esibisce Luna, che non s’intende di politica
figuriamoci, ha fiuto solo per gli affari
abbraccia ma stringe più forte un sussulto.
Sprecare tutta questa bontà in un colpo solo
è da fuoco a salve, proprio quello di nave
Vesuvio. Dicono di me, delle cime avvolte
sul ponte a formare un giaciglio notturno.
Dicono di me che averti è stato perfettamente
inutile. Inutile è essere il rabbocco,
rabbocco di nessuno! Meglio un luogo
dove segnare il centro, è questo dove
ho spostato il mio punto esclamativo.
Dicono di me che la riserva fa paura
te la devi far bastare un’intera vita.
Dicono di me che a vederci bene
ogni piatto scorre come un niente
se perde quell’istante, tutto va
a destinazione come polvere da sparo
dentro una palla di cannone. Raggiunge
il suo vero bersaglio, su km e km di marcia.
Dicono di me che il bello deve arrivare
il bello è importante più che amare.
Me lo hanno insegnato con tutte le energie
Ave & Antonio, loro sanno esattamente
quello che c’ho in mente. Pure quel silenzio
non ci basta più. Allarga le tue braccia
e raggiungimi sul petto, ci devi stare per forza.
Dicono di me che sei inutile al presepe
di Natale. Dicono di me che bere vino
dentro la caraffa è uno spettacolo
da prima fila. Dicono di me, dicono di me
dicono di me, “con i soldi fai strada”
con i soldi sei pure bello e giovane.
Dicono di me che sembra ma non è
diventi alto se ti pieghi e acciuffi la corda
che ti porta dentro il cielo, reggila come
una telefonata, aggrappati al fagiolone
sei neanche una vera strada. Guarda
fisso il punto del cielo che buca le nostre
fronti, concedimi la tua sesta serenata
siediti qui accanto e raccontami il dicono
di me, ancora, ancora una volta, adesso il cielo
possiede ritorni. Possibile che non te ne accorgi ?