Un palo nella testa, ruba indegnamente
il tuo sorriso al giorno che diventa, per i suoi motivi
notte pesta. Un fruscio si scioglie nella pancia
fumerà nel suo tardi, i saluti che non ti sono bastati.
Entriamo a casa mia, apriamo le porte
entra aria condizionata dalla scuola di Via Polonia
gli scolaretti gridano senza fare rumore.
Mi fermo a guardarli, si cercano tra i fiori
calpestati nei loro arcobaleni.
Dietro casa mia c’ho un orto
con i broccoli ottombrini, i sedani
piantati nelle terre umide, fanno spazio
a una pianta di basilico priva delle sue
preziose cime. L’ulivo diserta Novembre
si disfa del frutto, allattato mesi nella ruggine
dei scirocchi autunnali. Il mio viaggio azzurro
Plumbago, farà tappa tra lo stomaco e la camicia
gialla, profumata di qualche Luglio, nella vescica vuota.
Zio Gaetano arriverà domani, governerà le sue ore
alla belle e meglio. Guarderemo i giardini
con occhi di gatto, coistruiti anno dopo anno.
Quella è la vista piena di grazia, quella è
la vista restituita alle atmosfere celesti.
Nessuno si azzardi a rimanere indifferente
nessuno conti alberi in solitaria. Dentro un giardino
si rimane in silenzio, in silenzio e senza scarpe.
Il giardino ha scarpe ma non fugge, il giardino
ha anime ma non urla, il giardino è quel silenzio
che ci racconta di quanto siamo belli
quando sogniamo; parcheggio nella notte
tra le nuvole e un principio di stanchezza.
99 volte diventerò 100, 99 volte
maturerò risultati che sognavo, nel pieno
dei miei 22 anni. Amico mio, ora
è il momento per essere un principio di follia
per quella faccia assalita da una forma
strana di preghiera. In realtà detengo altezze
per non baciare chi dico io. Detengo idee
fantastiche e un rapporto speciale
con un buco nella terra. Detengo assalti
per trattenere foschie da certe risate
per il giorno dopo. E’ sabato, finalmente passeggio
in mezzo al vivaio con il mio cane. Tessy corre ridendo
contro le ultime foglie arrivate, sui rami purificati
da quell’ingenua Luna crescente. C’ho miliardi
di foglie tutte mie. Sono matto a crederti
sono matto a fidarmi dei tuoi discorsi chirografati
alla semplice ragioneria, di storiche matrici.
Diventerò pure io un guaio come si deve
inquieto e infuocato, caldo e gustoso
come un vero inconfondibile pasticciotto.