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FRANCO E GAETANO

Eccole le perle grigie, scivolano verso sua madre

riempono di boccacce, chi non le capisce. Entra 

senza chiedere passaggi, beve acqua di pozzo

la stessa che scorre nelle radici delle Phoenix

Canariensis, dentro la pioggia, al vivaio Pollice Blu.

 

Ho vissuto universi regolati, dalle geometrie dei solchi,

nelle campagne di Franco e Gaetano. A me piace

il magico sale del sudore, tirare su balle di fieno

al secco dell’estate, con le spalle sulla stoppia arsa.

 

Dentro ci trovi Sara che ammaestra i suoni delle cicale,

in quei pomeriggi, sottoposti al riposo dei corpi. Liberano

il pensiero puro. Ho conosciuto Giusy quando colorava

palle di Natale, le regalava ai passeggeri di qualche religione,

allineata alle anime giulive. Sapersi inginocchiare, è stabilito

 

da un’educazione precisa, impari. Alimenta le tue debolezze.

Maria aveva chiare alcune mie ragioni, toglieva aceto ai margini

di troppo, da seduta salutava tutti. Da seduta aveva decisamente

statura rivoluzionaria, da accarezzatrice di fasci di mimose. Ave

sognava mazzi di fiori color oceano, neanche fossero pietre scolpite

al sole. Marietta teneva sempre chusa la bocca, parlava poco

e male, fissava altri occhi nelle pieghe assottigliate da qualche

 

tara vagabonda. Sottraeva un sorriso ogni ora, era felice

del silenzio che patroneggiava. Carla aveva partorito

con tutto il dolore che ci vuole, aveva in grembo mascelle

divoratrici di salti nel vuoto. Si sa, i figli spuntano fuori

da un fiore e da un seme solitario, che dimenticherai.

 

Giorgia ci aveva pensato lungamente, ma non decideva

nulla, decidere è faticoso. Avrebbe partorito altri mocciosi

se non ci fosse stato un chiaro di Luna, assetato di perché.

 

Le donne consumano storie che paragonano tra loro, noi

uomini preferiamo il giardinaggio dei prati dell’eden, sogniamo

motoscafi Riva. Siamo diversi per favorire i monti che si legano

alle valli profumate di amicizia. Bruna voleva sputare fuori

 

il suo amore, amputato da una madre bigotta, aveva sentito

un’uragano nella pancia. Apriva le gambe con timidezza

aveva paura semplicemente di essere felice. Porca puttana

aveva paura di essere stupida, sapeva che il bello si para

incolpevole, davanti occhi chiusi. Temeva la nuda vicinanza,

aveva peccato di ingenuità, davanti un semaforo rosso, sapeva

confondersi con la propria vergogna. Tuttavia emetteva vagiti.

Nessuno aveva nulla da ridire. Li imitavo, volentieri, e perdevo.

 

Era arrivato il momento di essere uomini di casa, formaggi

appesi al tempo dell’aria sultana. Marghi passeggiava indisturbata

sui miei sogni, incastonati sul cuscino lillà. Centellinava gli spostamenti

dei vulcani, colmi di saggezza. Sapeva chiudere in un battibaleno

forme di sospiri, per conoscenza del bilanciamento dell’ago in bilico.

Necessitàvo il suo equilibrio. Beveva acqua informata dalle bottiglie

che teneva in uno zainetto blu, consumato dai suoi vagabondaggi.

Costruiva sorrisi al sapore di grano maturo, ondeggiava insieme

alle spruzzate di papaveri sfavillanti, per mio unico stupendo piacere.

 

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