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IL BOSCO E IL MARE

Il bosco era diventato il confine naturale del mio vivere

per le sere e sorelle mattine. Prendevo la doppietta

quella di mio padre lucidata ad olio, sai quella con i cani

 

esterni, sputava saette che era una bellezza, tera utta

per me. La tenevo sottobraccio, la tenevo che mi piaceva

uccidere per saziare la mia stupidità di venti e qualche

 

anno. Certo che a vent’anni si è stupidi per davvero

guai a mancare all’appuntamento della sapienza

quella aspetterà seduta sulle scalette di nave Vesuvio.

 

Avevamo a cuore gli spruzzi notturni sulla faccia

sembravano schiaffi regalati a pennello, erano messaggi

di qualche sirena salutata sugli scogli. Saluti che

 

aspettavamo nessuno. Nessuno ci chiedeva conto

avevamo il silenzio di tutto il mare, avevamo il pensiero 

di stare male, quel sollievo che scava nel cuore, avevamo

 

un progetto in testa. Avevamo qualcosa che non resta. 

La beccaccia colpita a morte cadeva sul suo covaccio pieno

avevamo bisogno di quel sangue ubriaco di amore. La nave

 

solcava la sua rotta, avevamo una nausea fastidiosa 

tenevamo le gambe flesse per bloccarle sulla terra ferma

macchè, stare in piedi era impossibile, forse inutile. Il mare

 

è tutta un’altra cosa, come la beccaccia che si nasconde

nel chiaro scuro e non gli basta per vivere. La nave spacca

le onde e va ad ormeggiare dove non c’è più niente da fare.

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