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LE IMMAGINI VIVONO DENTRO LA MIA TESTA

Sono figlio di una pianta camminatrice

respiro con foglie cucite sulla pelle

di guance invisibili

ai ciechi.

Siamo bambini sconfitti

dal valore del denaro.

Sconfitti delle bugie che ti racconto.

Sono figlio

di un colore decomposto al sole

per un legionario insanguinato

dalle sue inutili battaglie.

Cento pastelli

adagiati nei boschi di fragole

dentro armadi viventi

piantati nelle radici versione capra pelata

della testa di mia sorella

sanguigna, per vite parallele.

Il mio pasto mattutino è il celeste plumbago

un tanto di lilla.

Sono figlio per essermi nascosto, per aver venduto

ad un servo ubbidiente

chili di indecisioni. Aver mangiato

zuppe di stagione ed essere perennemente affamato.

Le fave di mamma Ave

vanno gustate rigorosamente fredde

con la mentuccia frantumata

dall’odore di aglio.

Fatto paragoni: mele e mango maturo, saziano

la mia cecità.

Sono figlio di immagini

di immagini approdate con imbarazzo

dentro il fienile di nonno Giuseppe

profumato di pisciate all’aria aperta, nelle notti di Luglio

fragorose e stellate.

“Aspettami ancora”

ma sveglia, più sveglia dell’involucro di una emozione.

Ogni tua parola

disponila sul tavolo sotto al gazebo

raduna a te

le sforbiciate di GiggiRiva, con le volate nella notte fonda

l’automobile a freccia lanciata

tutta a perdifiato

una mano al volante e l’antra

sulle tue cosce

dentro di te.

Pezzi di vita inclassificabili

tanto meno tra loro

tanto più nelle uscite fatte apposta

per quel vestito che tanto ti piace

di quel trucco da regalare 

al mio sguardo smarrito e compiaciuto.

Le immagini fioriscono a mazzi

da viverle una alla volta

per aver camminato a fondo

nei cerchi solubili, tra una birra e un ciao.

Penso per immagini

vivo a loro assoluto piacimento.

 

 

 

 

 

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